Pagina Iniz. 2026 Novembre COME SUPERARE LA BANALITÀ (DRAMMATICA) DEL MALE?

COME SUPERARE LA BANALITÀ (DRAMMATICA) DEL MALE?

I l fatto della settimana scorsa, l’assassinio di Aldo Marra, ha colpito tutti per la sua insensatezza. Al di là delle reazioni emotive e delle letture sociologiche, dobbiamo consapevolmente riflettere su tale episodio, riflettere sul dolore provocato alla vittima, e riflettere sull’insensatezza del carnefice che non può essere abbandonato alle grinfie del male. La riflessione, se si vuole, è una forma di cordoglio ed è una doverosa modalità di vicinanza e solidarietà anzitutto nei confronti della famiglia. Al di là di questo singolo fatto, dobbiamo interrogarci, ragionare e considerare l’accaduto alla luce dei valori umani calpestati, e dei valori di fede smarriti in tante altre situazioni di conflittualità e violenza. Dobbiamo chiederci se la capacità umana di discernere il bene e il male -la  coscienza- sia innata e universale, o una serie di convenzioni e paure.

Dobbiamo interrogarci per essere vicini ai familiari della vittima, per rendere in qualche modo giustizia a chi ha subito una morte violenta senza senso, pensando alla bontà di quest’uomo; ma dobbiamo interrogarci anche su questa manifestazione orribile del male, perché anche chi lo ha commesso non sia perduto per sempre. Dobbiamo interrogarci perché tutti noi, comunque, abbiamo a che fare persino con un nostro male, piccolo o grande che sia.

Ci ricordiamo di avere la coscienza quando (ri-)morde, perché il male fatto brucia fino a che non lo ripariamo.

Confessare è il primo passo per la pace; senza «la presa» (metafora perfetta) di coscienza che sono io responsabile del male fatto non ci può essere pace, infatti anche se proviamo ad autoingannarci e auto-giustificarci, il male continua a (ri-)mordere. Il secondo passo è riparare, perché il male non fa male solo a noi ma anche alle persone, fino addirittura a tutto il creato a cui siamo inestricabilmente connessi. Confessare è appropriarsi del male (pentimento) e  poi ripararlo (pena). Il senso di colpa smette di mordere solo quando diventa senso di responsabilità: se confesso un furto devo poi restituire il maltolto. Il male frammenta la psiche, apre un tribunale interiore in cui siamo contemporaneamente accusato, avvocato, accusa e giudice. Lo sapeva Dostoevskij che  siede al protagonista di Delitto e castigo il nome Raskol’nikov, che significa «tagliato», «diviso», «separato», in sé e dal mondo.

Il peggior castigo di un delitto è averlo commesso. A volte cerchiamo chissà dove i motivi della nostra infelicità e di quella che procuriamo agli altri, e sono nella mancata presa di coscienza del male fatto, perché ogni male non riconosciuto e non riparato divide la psiche: per non sentirla, confiniamo la parte di noi che sa di aver fatto il male in un angolo, da dove non smette di (ri-)mordere. Confessare  e riparare re-integrano la parte separata o segregata. Si crede di poter sopportare questa frattura, ma una frattura non curata prima o poi va in cancrena, e a marcire qui è la psiche. Tanti disturbi psichici sono fratture morali mai curate. Chi confessa invece si appropria del male commesso, lo fa suo, e sente poi il bisogno di porre riparo (la fase riparativa è quella spesso  parente nel nostro sistema penale).

In fondo, io non sono il male che ho fatto, ma ho fatto del male, e il male per guarire non richiede alibi ma serietà e riparazione, in e fuori di me. Dal male guarisco se lo faccio mio, se lo  affronto come male e lo riparo. Persino dal punto di vista cristiano e sacramentale, anche il sacramento cattolico della “confessione” non è valido se non c’è pentimento e riparazione, e di fatto lo si chiama in modo più appropriato sacramento della riconciliazione.

Quante volte facciamo il male, anche terribile (pur non volendolo fare), perché ci fa comodo e non vediamo le conseguenze del male; ma è un’illusione, il male colpisce sempre, vicinissimo, innanzitutto noi e quindi le nostre relazioni, perché chi è «diviso» dentro, «divide» anche fuori: quanta rabbia, invidia, bugie, offese dipendono dal male che (ri-)morde dentro e che scagliamo sugli altri pur di non vederlo in noi.

La coscienza, se non l’avveleniamo, è un’amica fedele che custodisce la vita, perché la vita senza verità marcisce. La coscienza è la verità in noi, prima di noi, proprio come la vita è in noi, prima di noi. E senza verità non c’è giustizia, senza giustizia non c’è pace, anche se lungo è il cammino per raggiungerla.
Il male, se lo confessiamo, ci salva. don Maurizio.

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