Pagina Iniz. 2026 Luglio SOTTO L’OMBRELLONE O AL FRESCO DELLA MONTAGNA

SOTTO L’OMBRELLONE O AL FRESCO DELLA MONTAGNA

Desidero dedicare questi ultimi Editoriali prima delle vacanze estive per suggerire alcuni libri o testi da leggere durante il periodo estivo. Alcuni non sono proprio così leggeri per la spiaggia o un soggiorno montano, sono più da scrivania per l’attenzione che meritano; altri però si possono leggere con più disinvoltura ma sempre trovandovi ricchezza per la propria cultura e nutrimento per la propria anima.

Incomincerei con un testo impegnativo ma assolutamente necessario leggere per molteplici ragioni e, aggiungerei, doveroso per noi cristiani. Si tratta della prima Enciclica di papa Leone XIV «Magnifica Humanitas». Mi piacerebbe, in questo Editoriale e nel prossimo, non solo stimolare il desiderio della sua lettura, ma anche provare a darne una sintesi e sottolineare alcuni contenuti fondamentali in modo che si sia facilitati nella lettura personale –se lo si vuole– e avere almeno un’idea generale ma precisa di cosa tratta.

Già il titolo è significativo e non deve sfuggire la sua profondità: Magnifica Humanitas, umanità magnifica. Fin dal titolo si capisce che la prima enciclica di papa Leone XIV ha uno sguardo aperto, ottimista sull’uomo e ne coglie la dignità assoluta rispetto a tutto il resto della realtà compresa quella virtuale. Humanitas è il termine latino che per la lingua greca è paideia (cultura/educazione): significa, dunque, ciò che serve all’uomo perché diventi pienamente sé stesso, da cui «umanesimo».

Il testo indica nell’AI (intelligenza artificiale) la causa del «cambiamento d’epoca» che stiamo vivendo, perché condiziona il nostro rapporto con la realtà come non è mai accaduto prima. La questione non è allora tecnologica ma spirituale: che cosa ci rende umani e crea una civiltà più giusta e libera? Dante, al centro di un altro cambiamento d’epoca, rispose inventando il verbo «trasumanare» (trans, oltre, più umanare: divinizzarsi): entrare in relazione con l’Amore che tutto “move”, per compiere e ampliare in sé e attorno a sé la vita.

Invece, la nostra cultura super tecnologica ha fatto diventare quel termine dantesco “transumanesimo” (“postumanesimo”) dove, purtroppo, non è l’Amore che muove tutto ma la Potenza: avere il dominio totale sulla vita, attraverso mente e corpo artificiali.

In una società iper tecnologica come la nostra, per non portare i pesi del lavoro e persino della vita, da sempre l’umano tende ad affidarsi a chi gli dice chi essere e cosa fare. Siamo esseri coscienti cioè capaci di infinito in un mondo di cose finite, siamo esseri simbolici cioè capaci di dare un senso alla realtà, darsi scopi, trovare vita nella vita, mettere al mondo il mondo. Da questo punto di vista siamo magnifici. Eppure, questa magnificenza è disprezzata da chi pensa che magnifico non sia l’uomo ma la macchina: è chiaramente un «disumanesimo». Il Papa la chiama «sindrome di Babele»: «Facciamoci un nome», dicono i progettatori della torre nel capitolo 11 della Genesi, fuor di metafora «non riceviamo la vita da altro, ma diamocela da soli». Il progetto della torre (l’altezza è simbolo del divino) è alternativo a quello del giardino (Genesi 2) che era stato affidato all’uomo da Dio perché «lo custodisse e coltivasse». Ma quando l’uomo vuole diventare la fonte della vita finisce sempre per prendere la vita agli altri, eliminandoli o dominandoli.

Ma la storia ha già mostrato ciò che il racconto biblico narra in termini sovra-storici: quando l’uomo si fa Creatore diventa Controllore e Sfruttatore, e comincia la guerra (l’incomprensione delle lingue e la dispersione dei popoli del racconto biblico), ambito nel quale, tra l’altro, l’AI viene utilizzata al massimo della sua potenza.

Il Dio della Vita non «sacrifica» ma «magnifica», cioè «fa grandi», ci vuole, tutti e ciascuno, figli maturi e fratelli uniti. Infatti, l’umanesimo cristiano ha il suo centro nel Dio che si fa uomo e rivela che l’umano è magnifico anche nei suoi limiti (Cristo cresce, piange, lavora, suda, mangia, dorme, muore, e risorge con tanto di ferite): il limite non è rimosso ma è via di salvezza. L’AI è l’artefatto che grazie alla sua potenza ci aiuterà a risolvere moltissimi problemi, ma che può illuderci di non avere limiti, di salvarci senza ferite, come spiega l’enciclica. La fede cristiana propone di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio. Eliminare il limite significa perdere la nostra magnificenza. Se non fossi fragile non scriverei, non vorrei amare ed essere amato, non cercherei il senso di questa misteriosa e magnifica esistenza.

Nel documento –suddiviso in cinque capitoli, più una introduzione e una conclusione– il Pontefice ricorda che la tecnologia non è una «forza antagonista rispetto alla persona», ma «non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa». Di qui il monito di Prevost a «costruire nel bene» e a «rimanere umani», seguendo la logica della corresponsabilità coraggiosa, della sussidiarietà, della comunione, perché «il mondo possa riconoscere nel cuore dell’essere umano il luogo dove Dio desidera abitare».

Il primo capitolo, intitolato «Un pensiero dinamico fedele al Vangelo», è particolarmente significativo e inquadra bene l’enciclica. Esso ripercorre la Dottrina sociale della Chiesa nel magistero recente e nel Concilio Vaticano II, che non è -sottolinea- «un prontuario di principi e norme da applicare», ma «un cammino di discernimento comunitario», una «teologia della comunione nella storia», che orienta l’analisi degli avvenimenti alla luce del Vangelo.

Nel secondo capitolo il papa passa a enumerare i principi della “magnifica umanità”, primo tra tutti la dignità della persona, creata a immagine e somiglianza di Dio, che non è «una risorsa da usare e sfruttare» o da legare a «ciò che si realizza o produce». Il Papa sottolinea che «la dignità fondamentale di ogni persona non si acquisisce e non si merita, né ha bisogno di essere dimostrata». Come pure l’inviolabilità dei diritti umani. A partire da questi principi sono poi declinati tutta una serie di problemi del nostro tempo che meritano di esser affrontati dal punto di vista di un umanesimo cristiano ben radicato nel magistero della Chiesa.

Questo documento, che non a caso esce nel 135° anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII, riprende alcuni aspetti specifici della Dottrina sociale della Chiesa e li rilegge alla luce della condizione attuale della società, segnata dalla transizione digitale e dal rapido sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale auspicando il superamento della teoria della «guerra giusta» per rilanciare dialogo e multilateralismo.

Tra le riletture, una delle principali riguarda il tema del lavoro. Uno dei timori più diffusi nella nostra società è che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale faccia sparire alcune professioni, generando disoccupazione. «Noi non vogliamo una tecnologia per non lavorare. Al contrario, vogliamo una tecnologia per lavorare bene, tutti, in modo giusto, salubre e buono».

Un altro aspetto interessante della Magnifica humanitas, è l’esortazione ai cristiani a non fuggire la realtà, nemmeno davanti alle sue complessità, e ad abitarla fino in fondo, senza paura di “sporcarsi le mani” e, soprattutto, collaborando con tutti.

La scelta di dedicare un documento alle sfide dell’intelligenza artificiale ci dice di un Papa moderno, che sta chiedendo alla Chiesa di abitare quello che lui definisce “il cantiere del nostro tempo” con forza, entusiasmo e serietà e con una profonda passione per l’umanità. Una visione, questa, tutt’altro che allarmista o apocalittica, di fronte a un futuro ipertecnologico che invece viene spesso evocato a tinte fosche. L’approccio del Papa è semmai realistico: questi sono i cambiamenti in atto, questi gli strumenti che il nostro tempo ci mette a disposizione. La domanda è: «quale futuro vogliamo costruire e come possiamo tutelare la dignità dell’uomo con i mezzi che abbiamo oggi?».

Nell’impossibilità di rendere ragione ulteriormente della ricchezza del testo, è possibile riassumerne il messaggio intorno all’idea cristiana della dignità della persona umana, al fondamento trinitario di questa idea e alla concretezza dei richiami alle vicende drammatiche del presente, segnato da guerre e conflitti su larga scala.

n questa luce, per esempio, si evidenzia come la tecnica non debba essere considerata forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata fin dal principio nell’autonomia e nella libertà dell’uomo e nel suo porsi in relazione con la natura e con gli altri soggetti storici. L’enciclica sottolinea come «lo sviluppo tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene» (n. 4). Non fa eccezione lo sviluppo dell’intelligenza artificiale: «abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore» (n. 15).

I criteri di discernimento da mettere in atto – dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della casa comune, pace – sono fondati nel fatto che la creatura umana è stata creata a immagine e somiglianza del Dio trinitario, dove il protagonismo dei Tre che sono Uno è fondato nella comune natura dell’amore divino. Occorre «un discernimento spirituale nel quale, con l’aiuto dello Spirito, il popolo di Dio riconosca nelle trasformazioni culturali e sociali sia i segni della presenza del Cristo che viene e guida la storia verso il suo compimento, sia quelle derive che ne offuscano il volto» (n. 22).

A questo sguardo teologico, il Papa unisce un forte senso della storia e della necessità di misurarsi con la realtà cui si propone la luce della fede: «Oggi occorre edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità». In questa prospettiva, Leone XIV richiama i diritti dei più deboli da tutelare e la dignità delle donne da promuovere in una loro reale partecipazione ai processi decisionali nella Chiesa e nella società (cf. n. 57). E la denuncia, riferita a situazioni attuali ben note, diventa esplicita: «Qualsiasi tentativo o progetto di eliminare o sottomettere una nazione è gravemente immorale e pertanto inaccettabile» (n. 64).

Il magistero del successore di Pietro non esita, insomma, a dare voce a chi troppo spesso non ha voce e a denunciare la follia delle logiche di potere e di violenza, che sembrano le uniche a cui alcuni potenti della terra sanno oggi ricorrere.  don Maurizio.

 

 

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