Pagina Iniz. 2024 Aprile VERSO LE ELEZIONI del Consiglio Pastorale

VERSO LE ELEZIONI del Consiglio Pastorale

PERCHÉ UNO DOVREBBE FARE IL CONSIGLIERE PASTORALE?

La scelta e la decisione di presentarsi come candidato alle prossime elezioni per il Rinnovo dei Consigli Pastorali e di dare la propria disponibilità per essere consigliere, può essere sostenuta da motivazioni personali ma certamente da ragioni motivate da entusiasmo, dal desiderio appassionato di edificare la Chiesa, non certo da rassegnata disponibilità perché qualcuno, comunque, si deve impegnare quasi sacrificandosi.

Affinché la scelta sia libera e consapevole occorre poi non lasciarsi ingannare da superficiali voci del comune “sentito dire” per cui nei contesti dei consigli ecclesiali “non si decide mai nulla, non si è concreti e spesso si perde tempo con grandi giri di discorsi inconcludenti…”: forse ci sarà del vero, ma non è così per chi vive in modo autentico questa esperienza.

Se lo strumento del Consiglio pastorale per molti è in crisi oppure non è considerato così utile, è forse perché è in crisi la nostra visione di Chiesa che, come cristiani, abbiamo. Probabilmente facciamo fatica a sentirci “popolo in cammino”, non percepiamo la Chiesa come comunità di figli e discepoli, come membri non solo che fruiscono di servizi religiosi, ma partecipi e corresponsabili. Ma veniamo alle motivazioni: per quali ragioni uno deve fare il consigliere pastorale?

Riconsiderando con attenzione nei loro contenuti sostanziali le parole, solo accennate nell’Editoriale di Vita Comunitaria di domenica 3 marzo: consiglio pastorale come luogo di comunione, di pensiero, di discernimento, di scelte profetiche e lungimiranti, di fraternità, collegialità e sinodalità, potremmo raccogliere queste ragioni.

– Anzitutto, perché la Chiesa non è questione riservata al solo clero (preti, religiosi, consacrati/e), ma è decisamente una realtà che riguarda tutti perché tutti battezzati e quindi, proprio in virtù di questo sacramento tutti partecipi dei “tria munera” (sacerdote, re, profeta) che abilitano ciascuno ad esser partecipe dell’unica missione della Chiesa. Potremmo usare l’espressione emblematica di don Milani: “I care”: mi interessa, mi interessa perché riguarda me. Fin dall’inizio della Chiesa san Pietro si espresse in termini ancora più coinvolgenti a proposito di tutti cristiani: «…anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale…» (1Pt 2,5)

– Una seconda ragione è perché fare il consigliere pastorale significa pensare, ragionare, approfondire i temi della fede perché siano vissuti in modo incisivo nel nostro tempo, nella cultura e nel territorio. Davanti alla superficialità e genericità che attanaglia anche il vissuto cristiano c’è bisogno di riflettere, di confrontarsi di dialogare in un esercizio di continuo discernimento.

– Un terzo motivo è il fatto che il consigliere e il consiglio pastorale hanno una loro indiscutibile autorevolezza riconosciuta sempre più dai responsabili e ministri della Chiesa (anche nel nuovo direttorio). Si tratta di comprendere che si deve esercitare non un ruolo autoritario o di potere, ma di sapiente servizio. Chi nella chiesa ha posti di rilevanza più deve servire, perché nella chiesa non c’è nessun potere e, se c’è, è solo per il servizio.

– Un quarto motivo è contribuire alla bellezza del volto della comunità. Nessuno ha il diritto di lamentarsi, ma piuttosto ciascuno ha il dovere di contribuire a disegnare con il proprio contributo il volto bello della Chiesa. Quando parliamo in bene o in male della Chiesa parliamo di conseguenza di noi stessi perché la Chiesa non è un’entità esterna a noi; noi siamo la Chiesa.

– Un quinto motivo. Tutti dobbiamo avere nel cuore la positiva tensione per l’evangelizzazione, cioè per trasmettere la bellezza della fede nel contesto socio-culturaleterritoriale  in cui viviamo. Tutti dobbiamo coltivare un senso di Chiesa missionaria, di grande apertura, chiuso agli interessi di parte. Dal Concilio Vaticano II in poi, dal magistero dei papi di fine secolo scorso e inizio millennio, dalla Evangeli Gaudium, dalla Sinodalità, tutti siamo stati influenzati dall’entusiasmo di una Chiesa in dialogo e confronto con la modernità respirando un clima di primavera cristiana.

– Sesto motivo: poter esprimere il proprio consiglio avendo consapevolezza che il consigliare è anzitutto un grande dono dello Spirito; con questo atteggiamento si impara un metodo di lavoro proficuo. Che cosa c’è di più affascinante che la capacità di coniugare sapienza e profezia, di ascoltare la voce di Dio sia nella Scrittura sia nello svolgersi della storia per cogliere ciò che bisogna assumere responsabilmente nel momento attuale della Chiesa e della vita delle nostre comunità, con un atteggiamento teso non a ripetere e conservare, ma a vivere creativamente ciò che il vangelo e la tradizione ci consegnano per l’oggi dell’evangelizzazione (vedi lo scriba saggio del Vangelo (Mt 13, 51-52).

– Certo, questo richiede metodo di lavoro: ecco la settima motivazione: imparare l’interessante metodo della conversazione spirituale (chiedi ai tuoi preti che ti spiegheranno e ti entusiasmeranno a questo modo di procedere). Il modo di vivere i vari consigli, poi, non è lasciato al caso e in modo inconcludente, ma vorrebbe seguire protocolli ben impostati, ma di questo ben volentieri ne parleremo la prossima volta.

Quanti altri motivi potremmo aggiungere per renderci solleciti e appassionati a prestare il nostro servizio nel ruolo del consigliere o almeno a interessarci un po’ di più alla vita della Chiesa e al cammino della nostra comunità. Nei prossimi editoriali continueremo la riflessione e anche le comunicazioni di indicazioni concrete per arrivare pronti al 26 Maggio giorno delle elezioni. don Maurizio.

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