S ant’Antonio Abate, vissuto tra il III e il IV secolo e considerato il padre del monachesimo, abbandonava talvolta la solitudine in cui aveva scelto di vivere, per raggiungere coloro che cercavano il suo aiuto. Al termine di questi incontri ritornava sulla montagna lontano da tutti. In una occasione fu pregato di rimanere ancora un poco ma Antonio rispose che non poteva. Lo spiegò con queste parole:
«Come i pesci muoiono se restano a lungo sulla terra asciutta, così i monaci che si attardano tra di voi e restano a lungo in vostra compagnia perdono vigore. Come, dunque, il pesce deve affrettarsi al mare, così noi dobbiamo affrettarci a ritornare sul monte, perché non accada che, attardandoci all’esterno, dimentichiamo le cose interiori» (Vita di Antonio 85,3-4).
Possiamo rendere l’esempio utilizzato da Antonio ancora più incisivo in questo modo: un monaco fuori dal monastero è come un pesce fuori dall’acqua. L’esempio racconta di chi è già monaco. Un uomo, o una donna, che ha fatto la scelta di lasciare i propri contesti di vita per abitare stabilmente in un monastero, non può pensare di mantenere vitale la propria scelta trascorrendo indifferentemente il proprio tempo all’interno o all’esterno del monastero. Questo esempio racconta anche di me e di quello che ho vissuto, non in quanto monaco ma in quanto prete. Premetto che quello che dirò, ne sono certo, è il racconto di qualcosa di singolare, dovuto al mio carattere, alla mia struttura individuale. Non può, quindi, essere generalizzato ad altri preti o addirittura a tutti.
Sono entrato in monastero dopo venti anni di servizio come prete in parrocchia. Cosa mi ha portato a questa scelta? La necessità di cambiare la forma della mia relazione con Dio. Ho avvertito che dovevo donare a Dio la mia vita fin da quando ero un ragazzo. Di sicuro da quando, dalla fine delle scuole elementari e, in modo più consapevole, durante le scuole medie, facevo il chierichetto. Mi piaceva andare a Messa e pregare da solo nella cappella dell’Oratorio. Da solo. Solo con Dio. Stare in compagnia di Gesù, lui ed io. Con il passare del tempo la necessità di una relazione particolare con Dio è proseguita nella prospettiva di diventare prete. Ho fatto fatica ad entrare in Seminario, ho resistito, ho, per parecchio tempo, accantonato questa scelta a causa dei timori e delle paure nell’iniziare una nuova fase della vita in cui lasciare quello che avevo. Gesù, con pazienza, molta pazienza, ha continuato nella sua opera vocazionale e, alla fine, mi ha portato lì. Sono diventato prete. Durante gli anni da prete, però, la qualità della mia relazione con Dio non ha mai raggiunto il traguardo che desideravo e che mi avrebbe messo in uno stato di pace. Volevo pregare diversamente, con più tempo, con più calma. Volevo “perdere” molto più tempo da solo con Gesù e non riuscivo. Carenza dovuta al modo in cui un prete in parrocchia deve vivere? Anche, ma non solo. Carenza dovuta a ciò che c’è tra me e Dio, a come sono io, compresi difetti e fragilità. Ma così sono e per quello che sono ringrazio il Padre che è nei cieli. Non mi sono risparmiato nell’essere a disposizione degli altri e ho pregato tanto che Gesù rendesse questa mia offerta sufficiente a soddisfare la mia sete di Dio. Non è accaduto. Ho resistito, ma sono arrivato al punto in cui, come un pesce fuori dall’acqua, non riuscivo più a “respirare”. Ho dovuto cercare un altro habitat e l’ho trovato nel monastero. Ho chiesto accoglienza alla comunità monastica di Germagno, piccolo paese della Valstrona, nei pressi del lago d’Orta. È il luogo in cui andavo ogni tanto a pregare per uno o più giorni al di fuori del contesto parrocchiale. L’habitat che cercavo era quello in cui poter pregare senza altro che potesse apparire più importante e più urgente. Sono arrivato in monastero e ho iniziato un dialogo con il priore della comunità e con il vicario episcopale mio responsabile a livello diocesano. Dopo il primo anno di permanenza ho chiesto di iniziare la formazione monastica sospendendo, con il consenso dell’Arcivescovo, il servizio in Diocesi.
Ora, sabato 19 settembre, farò la prima professione monastica. Diventerò monaco. Per estrema chiarezza, perdonatemi, ma più di una volta mi è stato chiesto, confermo che questo passaggio non significa rinunciare ad essere prete. Rimango prete, prete non più parroco ma monaco, non più impegnato nel servizio parrocchiale ma nella fraternità monastica. Prete guidato dai voti monastici di stabilità, conversione e povertà vissuti secondo la regola di San Benedetto. Con la professione divento un monaco benedettino della Congregazione Sublacense Cassinese, un monaco che, oltre agli altri compiti a me affidati nel lavoro che quotidianamente svolgiamo, si mette al servizio della comunità monastica come prete.
I monaci stessi hanno scelto come nome della località in cui sorge il monastero quello di “Giardino della risurrezione” volendo esprimere in questo modo la convinzione che la misericordia fedele di Dio permette di creare sempre nuovi cammini di vita. Così sia per me. Così sia per voi. Fratel Luca
