Pagina Iniz. 2026 Maggio DOPO VENT’ANNI…

DOPO VENT’ANNI…

SI CERCANO DONNE E UOMINI…

Sono già passati vent’anni dalla costituzione della nostra comunità pastorale san Vincenzo. Cronologicamente possono sembrare una buona fetta, ma rispetto ai tempi della Chiesa e della crescita della comunità cristiana sono solo un “soffio”.

Certò è che il bagaglio esperienziale acquisito in questi anni è notevole con tutti i suoi aspetti di luci e di ombre, di fatiche ma anche di soddisfazioni nello sperimentare la gioia di vedere sostenuto e arricchito il cammino di fede e di fraternità ecclesiale delle persone e della comunità nel suo insieme.

Al tempo stesso vent’anni sono tanti e sono pochi e chiedono comunque di continuare il cammino guardando avanti con lungimiranza, con sapiente discernimento sulle scelte da compiere, con impegno continuamente rinnovato nell’essere oggi una chiesa sinodale, missionaria e di comunione.

Un compito non facile ed ecco perché abbiamo chiesto suggerimenti al Vicario Episcopale di Zona che ci ha visitato proprio recentemente lo scorso 20 febbraio. Alla luce della sua esperienza che nasce da uno sguardo allargato alla Diocesi e alla nostra zona quinta, ma anche nella luce dell’itinerario spirituale del progetto Nicodemo che stiamo già vivendo comunitariamente, a lui abbiamo chiesto qualche indicazione per un potenziamento della comunità pastorale.

Ecco le domande:

Quale rapporto, quali attenzioni o modifiche ci devono essere tra le singole parrocchie e la Comunità Pastorale? Come proseguire nel cammino dopo 20 anni? Quali linee guida seguire? Alla luce del cammino sinodale della Chiesa, come declinare concretamente la  sinodalità per potenziare la  comunità Pastorale e, in particolare, come valorizzare il ruolo dei laici in una prospettiva di Chiesa
ministeriale? Quale futuro per la Chiesa dell’intera città di Cantù e, quindi, delle sue due Comunità Pastorali? Su cosa e come lavorare insieme?

La risposta non è stata puntuale data la complessità delle questioni poste e la necessità di avere una prospettiva aperta al futuro condizionata dalla complessa situazione contingente e dal cambiamento d’epoca che stiamo vivendo.

Tuttavia, su alcuni aspetti il Vicario è stato molto deciso e ci ha incoraggiato a proseguire, non  rinunciando all’impresa della costruzione della comunità, senza lasciarsi condizionare o frenare da incomprensioni, insuccessi e nemmeno da irrigidimenti di alcuni, anzi a metterci ancora più convinzione e dedizione appassionata.

Ecco la sua espressione categorica ripetuta più volte: «Ormai Basta!». «Basta!» con le nostalgie del passato che soffocano ogni ispirazione dello Spirito; «basta!» con le rivendicazioni autoreferenziali e autonomiste delle singole parrocchie, gruppi o realtà: siamo l’unica Chiesa  nel Signore e noi, discepoli del suo Signore e Maestro, siamo fratelli che pur nel rispetto delle differenze sanno di essere tutti sulla stessa “barca di Pietro”. Le specificità, la storia, le caratteristiche delle singole realtà devono essere messe a disposizione dell’intera comunità e  non essere motivo di divisione: san Palo parla molto chiaro nella lettera ai Romani (12, 3-5) e nella prima ai Corinzi (12, 12 ss.), siamo membra diverse ma di un solo corpo.

«Basta» con il guardare al proprio orticello, perché le sfide che oggi l’evangelizzazione chiede sono molto più grandi e hanno le dimensioni della società civile, della cultura, della convivenza cittadina e, addirittura, del mondo o almeno quelle del nostro territorio.

«Basta» con le rigidità del proprio punto di vista come se fosse la verità assoluta o perché corrisponde alla propria sensibilità, ma piuttosto coltivare il confronto sapendo che ognuno è portatore di ricchezze e carismi, e trovando insieme “un sentire convergente” per il bene di tutti, sapendo che la mediazione richiede pazienza: una soluzione ottimale per tutti non esiste.

Insomma, ci è stato rivolto un chiaro invito a proseguire con slancio, fiducia ma anche intelligente sapienza pastorale nel contribuire alla storia da tempo avviata di questa comunità
Pastorale. Per questo si cercano donne e uomini, “discepoli credenti”, che si facciano avanti per l’impresa audace e necessaria di tenere viva la luce di questa prospettiva promettente.

Si cercano donne e uomini che coltivino l’alleanza che unisce tutte le persone di buona volontà per edificare una comunità che sia profezia per la città, che sia servizio per una società e una realtà ecclesiale in cui sia desiderabile abitare ed essere discepoli del Vangelo.

Si cercano donne e uomini che siano sinceri e con lucida chiarezza, senza nessuna ambiguità o interesse personale, ci credano alla Comunità Pastorale non tanto come la somma di tante realtà messe insieme, o come un’organizzazione più o meno efficiente, ma come  strumento opportuno e necessario per l’evangelizzazione nel contesto attuale.

Si cercano donne e uomini “discepoli credenti”, che vivono la loro fede con fierezza, senza sentirsi complessati in un contesto in cui essere cristiani non è di moda, senza omologarsi per non essere antipatici e che tuttavia non vivano la loro fede con arroganza, perché si è sempre fatto così, ma con umiltà, aperti al soffio dello Spirito che è principio di rinascita ed è l’unico capace di leggere i segni dei tempi: anche per questo si cercano donne e uomini umili e rispettosi, esperti in fraternità e rispettosi dei compiti e dei ruoli delle persone responsabili nella comunità posti anche loro nel vincolo del servizio e non del potere e all’ascolto obbediente dello Spirito.

DONNE E UOMINI CHE VADANO “OLTRE”

Riprendiamo il discorso del precedente Editoriale per continuare la riflessione sul ventesimo di costituzione della nostra Comunità Pastorale. Si tratta di una riflessione doverosa e necessaria perché non vogliamo limitarci a celebrare l’anniversario, ma cogliere l’occasione per riflettere e rinvigorire il nostro cammino di fede e la vita pastorale della comunità cristiana, potenziandola nella dimensione dell’unità e della comunione.

A questo riguardo, in continuità con quanto scritto la scorsa settimana, si cercano donne e uomini che siano fiduciosi, che non si nascondono i problemi ma non se ne lasciano spaventare, che credono più alla promessa di Dio che alle testarde e capricciose prese di posizione dei “salvatori di turno”. Fiduciosi in Dio, senza il quale non possiamo fare nulla, ma fiduciosi anche negli altri, perché ci si può aspettare del bene anche da chi non ce lo aspetteremmo: lo Spirito soffia dove vuole. Fiduciosi anche nella Chiesa, perché la Chiesa siamo noi e in essa ci sentiamo di casa e siamo protagonisti della sua missione.

Si cercano perciò donne e uomini che non si lamentano di disagi e novità, che non si scandalizzano se devono affrontare fatiche, rinunce e sofferenze; donne e uomini che non si lasciano abbattere dai pochi risultati o dai numeri impietosi, non si lasciano deprimere dall’incomprensione e persino dall’ingratitudine, quando si rendono conto che facendo il proprio dovere al servizio del bene comune e favorendo l’insieme piuttosto che il settoriale, il bene comune piuttosto che il proprio interesse, si sentono insultati invece che ringraziati.

Si cercano donne e uomini che si sentano responsabili gli uni degli altri, che abbiano stima di sé stessi e degli altri, che si guardino con simpatia, che siano generosi nella collaborazione, che siano franchi nella condivisione dei pensieri, solleciti nel farsi carico gli uni degli altri fino al punto da mettere a disposizione ogni tipo di risorsa: da quella umana a quella professionale e persino economica. Donne e uomini che si sentano dalla stessa parte, che mettono l’impresa comune al di sopra dei propri puntigli, delle proprie nostalgie e delle proprie ambizioni, che vivono il servizio non come mortificazione, ma con la fierezza di portare a compimento la propria vocazione battesimale per l’unica cosa che alla fine conta: il Regno di Dio e nessun altro interesse.

Potenziare il cammino della Comunità Pastorale vorrà dire prima di tutto e anzitutto partire da una rinnovata coscienza di ogni fedele, perché ciascuno rinnovi la sua disponibilità ad essere la Chiesa del Signore in questo tempo e in questa modalità; come a dire: se cercate donne e uomini disposti a essere “discepoli credenti” così, eccoci! Potete contare su di noi.

Il tempo e la modalità che lo Spirito chiede oggi alla Chiesa e, dopo vent’anni, anche alla nostra Comunità Pastorale è quello di una Chiesa Sinodale. Ciò significa e implica il camminare insieme dei cristiani con Cristo e verso il Regno di Dio, in unione a tutta l’umanità; la sinodalità, orientata alla missione, comporta il riunirsi in assemblea ai diversi livelli della vita ecclesiale, da quelli liturgici e spirituali a quelli consultivi e organizzativi; comporta l’ascolto reciproco attento e rispettoso, il dialogo, il discernimento comunitario, il formarsi del consenso come espressione del rendersi presente di Cristo vivo nello Spirito e l’assunzione di una decisione in una corresponsabilità differenziata.

Si tratta di un cammino di continuo rinnovamento spirituale e di riforma strutturale per rendere la Chiesa più partecipativa e missionaria. In questo processo il riferimento alla centralità di Cristo e della relazione con lui è fondamentale e decisivo. È proprio per questo che il Signore Gesù sembra dire alla nostra comunità che vorrebbe, come Maria Maddalena al sepolcro (Gv 20,11-18), che ci accorgessimo finalmente che lui è vivo e risorto, che ci è vicino, ci accoglie e ci comprende anche nella nostra affannosa e non sempre illuminata ricerca di lui. Quante volte lo cerchiamo come se fosse ancora sepolto in qualche luogo remoto, avvolto nelle bende di qualche abitudine del passato senza lo slancio di una relazione amichevole ed entusiasmante.

Vorrebbe anche dirci che noi, come i discepoli di Emmaus (Lc 24,32) dovremmo sentire il cuore che ci arde mentre egli ci spiega le scritture.

Come Giacobbe dopo il sogno (Gen 28,10-22) egli vorrebbe che ci accorgessimo che la terra che calpestiamo è luogo santo, che anche sulla nostra città scende una scala dal cielo su cui salgono e scendono gli angeli e che la nostra comunità pastorale potrebbe essere davvero non solo un segno ma un modo concreto che porta nella realtà civile il proprio contributo costruttivo e positivo affinché la città di Cantù sia una città benedetta.

Egli ci invita a confrontarci costantemente con l’icona della Chiesa degli apostoli, quella Chiesa che è sgorgata dal suo cuore trafitto dove i suoi discepoli nel cammino per diventare “discepoli credenti” sono sostenuti dalla presenza e dalla preghiera dalla diletta sua Madre Maria.

Come tradurre concretamente queste prospettive per la vita della nostra Comunità Pastorale dopo vent’anni di esperienza, ma anzitutto come coltivare una dimensione contemplativa della vita e della Chiesa per non rischiare di essere schiacciati dall’impresa di vivere nella comunità con tutto il suo carico di impegni spesso organizzativi e gestionali e relazioni non sempre serene ma conflittuali?

“COME LA CHIESA DEGLI APOSTOLI”
Riprendiamo la nostra riflessione sulla Comunità Pastorale dopo i due precedenti Editoriali.

Mi pare chiaro che in questo momento – da molti punti di vista- di prova e di difficoltà, ma anche di opportunità, la nostra Chiesa deve riscoprire, rivivere e attualizzare la Chiesa degli apostoli, la Chiesa dei primi cristiani.

Per affrontare il futuro siamo chiamati a riscoprire, rivivere e attualizzare il modo di vedere, giudicare e agire degli apostoli, dei primi evangelizzatori e dei primi discepoli; i loro atteggiamenti e le loro scelte, il loro amore per il Signore Gesù, la loro obbedienza al Padre, la loro docilità allo Spirito santo, la loro costante attenzione alla Parola, la loro interiore rigenerazione, la carità creativa verso i fratelli, lo slancio missionario.

Si tratta di una “esperienza concreta” vissuta da persone come noi, che con i loro limiti e difetti, superando difficoltà certo non inferiori alle nostre, si sono lasciate condurre dal Signore, giorno dopo giorno, per le strade del mondo, facendo del bene, sanando quelli che erano dominati da poteri maligni, insegnando a vivere con gioia il Vangelo, magari superando difficoltà dovute alle strutture, alle esigenze economiche e persino al contrasto socio-culturale.

Per questo sarà utile cogliere dal libro degli Atti degli Apostoli alcuni criteri e suggerimenti concreti per convivere nella comunità cristiana e civile con un po’ più di carità, serenità e collaborazione, aiutando la nostra Comunità Pastorale a proseguire il suo cammino con passo più spedito dopo questi suoi “primi vent’anni”.

ALCUNI ASPETTI SIGNIFICATIVI DELLA CHIESA DEGLI APOSTOLI

Il primato di Dio. La Chiesa degli apostoli, prima di essere una Chiesa che “fa” qualcosa (predica, battezza, organizza la carità, ecc.) è una Chiesa che loda Dio, ne riconosce il primato assoluto, sta davanti a Lui in silenziosa adorazione, in ascolto della sua Parola e del suo Spirito.

L’autenticità della fede. Guardando ai primi cristiani noi ci sentiamo interrogati sulla nostra fede cristiana. Dobbiamo testimoniare, nel nostro modo di pregare, di celebrare, di vivere, quanto sentiamo la sua presenza, quanto ci dia pace la certezza della sua provvidenza. Pur essendo immersi in molteplici e complessi problemi da affrontare e risolvere, non possiamo trascurare le esigenze di una vita interiore senza la quale il cristiano resta sprovvisto di quello spirito che lo deve guidare e che deve comunicare agli altri. Esercitare la dimensione contemplativa della vita ci permette di non perderci in un bicchiere d’acqua e dare, invece, importanza a ciò che veramente conta.

La perseveranza.
a) Perseveranza nell’insegnamento, formandoci al “pensiero di Cristo”: centralità e relazione.
b) Perseveranti nella vita comune: vivevano in relazione e comunione profonda con Gesù e tra di loro, coscienti di essere corpo di Cristo, famiglia di Dio, popolo di salvati dall’amore del Signore.
c) Perseveranti nella Preghiera: nell’orazione comunitaria (liturgia) avevano piena consapevolezza di essere, con Cristo, alla presenza del Dio creatore, ispiratore dei profeti e dei santi, salvatore del mondo; creavano preghiere genuine, ispirandosi alle circostanze quotidiane, e riversavano nel cuore del Signore le apprensioni, aspirazioni e propositi.

Onestà nel riconoscere i propri peccati. Fragilità, limiti e problemi e simili situazioni hanno segnato la primitiva comunità evangelizzatrice: divisioni tra cristiani, defezioni, gente che cercava l’utile proprio e che considerava stoltezza la parola della Croce; una sapienza umana che non voleva riconoscere Dio; uomini carnali dominati da invidie e discordie, e che soffocavano la verità nell’ingiustizia e nella menzogna; uomini e donne che avevano cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile; gente testarda e pagana nel cuore e negli orecchi, che si opponeva alla predicazione bestemmiando, che si rifiutava di credere e che rinnegava il Santo e il Giusto resistendo allo Spirito santo.

Cristiani come coloro che… sono di Cristo. Il superamento di simili situazioni è stato reso possibile dalla comprensione che non è necessario guardarsi da tutti come nemici o possibili concorrenti, anzi ha senso ed è praticabile un modo di vita solidale, in cui la fiducia degli uni negli altri costruisca comunità autentiche perché la Chiesa è la comunità di coloro che sono “in Cristo” e se uno è “in Cristo” vive una vita nuova, una vita diversa. Di qui appare evidente che per «dare ragione della speranza che è in noi» (1 Pt 3,15) occorre che questa speranza davvero ci sia nel nostro cuore, che il Vangelo ci illumini interiormente, che la visuale del Regno ci sia familiare e che tutto ciò appaia nel nostro modo di parlare e di agire, semplice e onesto, concreto e fattivo, non pettegolo né saccente, modesto e fiducioso, aperto a ogni realtà umana e rispettoso di tutti. Occorre il risanamento del cuore.

Non dobbiamo però pensare che la vita cristiana toccasse necessariamente grandi masse di uomini. Si trattava per lo più di piccoli gruppi, di uomini e donne già ben disposti o il cui cuore veniva toccato in maniera un po’ straordinaria dal Signore. Non è il successo di massa che caratterizza i primi cristiani, ma una incisiva penetrazione nella massa con la proposta di una vita buona secondo il Vangelo. Tutto questo sarà possibile anche per noi, se, come i primi cristiani, ci lasceremo sempre più permeare dallo Spirito di Dio e plasmare dalla sua Parola, perché la fede non si fonda su una saggezza di uomini, ma sulla forza di Dio.

Davanti alle difficoltà, alle delusioni, agli insuccessi, a coloro che non riusciranno sinceramente ad aderire a Cristo, ad essere subito pienamente discepoli, al ritrovarci in pochi, a verificare che ancora molti “tirano l’acqua al proprio mulino e fanno fatica ad essere una cosa sola, davanti a tutte queste tensioni noi non dobbiamo scoraggiarci né turbare o affievolire la nostra missione, ma avere la certezza assoluta che Cristo è vivo con noi, fedele a noi più di quanto noi lo siamo a Lui. E una paziente perseveranza, unita a quella di Cristo, permetterà alla Parola di dare frutti a suo tempo.

Mi sento dunque di invitarvi a unire sempre più la nostra comunità e farci sentire parte dell’unica Chiesa di Cristo, ritrovando i veri motivi del vivere insieme e la gioia di abitare nella stessa casa, con un cuore e un’anima sola. don Maurizio.

DALLA “COMUNITÀ PER ME” A “IO PER LA COMUNITÀ”
Proseguendo la nostra riflessione sulla storia e sulla vita della nostra Comunità pastorale per favorirne un continuo e progressivo sviluppo, propongo questa riflessione dal titolo un po’ provocante o quantomeno stimolante.

Una Comunità pastorale non è veramente una comunità, unita e rispettosa delle sue componenti, se non quando la maggioranza dei membri sta facendo il passaggio dalla «comunità per me» a «io per la comunità», cioè quando il cuore di ognuno si sta aprendo ad ogni membro, ad ogni realtà senza escludere nessuno. È il passaggio dall’egoismo all’amore.

La comunità non è coabitazione, non è una caserma o un albergo. Non è un gruppo di lavoro e ancor meno – Dio ci liberi da questa impressione – un nido di vipere! È quel luogo in cui ognuno, o piuttosto la maggioranza (bisogna essere realisti!) sta emergendo dalle ombre dell’egocentrismo alla luce dell’amore vero.

Secondo la logica cristiana del Vangelo, l’amore non è sentimentalismo né emozione passeggera. È il riconoscimento di un’alleanza, di un’appartenenza reciproca, l’appartenenza all’unica Chiesa di Cristo. È ascoltare l’altro, sentirsi interessato a lui e sentirsi in comunione profonda con lui. È vedere la sua bellezza e rivelargliela. È rispondere alla sua chiamata e ai suoi bisogni più profondi. È compatire, soffrire con lui, piangere quando piange, rallegrarsi quando si rallegra (Rm 12, 15). Amare è anche essere felici quando l’altro è lì, tristi quando è assente. Il rimando alla ragione di tutto questo sta in Cristo nel quale professiamo la nostra fede e come conseguenza san Paolo ci ricorda che dobbiamo avere e vivere gli stessi suoi sentimenti (Fil 2, 5ss.).

Se l’amore è essere tesi l’uno verso l’altro, è anche e soprattutto tendere entrambi verso le stesse realtà; è sperare e volere le stesse cose; è partecipare alla stessa visione, allo stesso ideale. E, con questo, è volere che l’altro si realizzi pienamente secondo le vie di Dio e al servizio degli altri; è volere che sia fedele alla sua chiamata personale ed ecclesiale, perché dentro e non fuori dalla comunità cristiana, libero di amare in tutte le dimensioni del suo essere, di dare il meglio a Dio e ai fratelli.

Abbiamo qui i due poli della comunità: un senso di appartenenza l’uno all’altro, ma anche un desiderio che l’altro vada più lontano nel suo dono a Dio e agli altri, che sia più luminoso, sia più profondamente nella verità e nella pace. Una comunità pastorale non soffoca il cammino di fede, personale e comunitario, ma anzi ne è al servizio per permettere di svilupparsi sempre più verso la pienezza dell’amore al Signore.

Perché un cuore faccia questo passaggio dall’egoismo all’amore, dalla «comunità per me» a «me per la comunità», e la comunità per Dio e per tutti coloro che sono in relazione con la comunità, occorre tempo e molteplici purificazioni, sono necessarie delle morti costanti e nuove resurrezioni, cioè un lavoro di costante conversione guidati dallo Spirito del Signore Gesù e dal suo Vangelo. È l’esercizio del discernimento anzitutto attuato su noi stessi, prima ancora che sui programmi pastorali.

Per vivere con questo stile amorevole nella comunità, bisogna incessantemente confrontare le proprie idee e, se è il caso, ridimensionarle trovando una convergenza comune, occorre vincere le proprie suscettibilità e permalosità, superare le proprie comodità, coltivare la sinodalità ovvero la capacità di accogliere le idee e i contributi di tutti. La strada dell’amore è irta di sacrifici. Nel nostro inconscio, le radici dell’egoismo che contrastano questo stile di comunione sono profonde; spesso costituiscono le nostre prime reazioni di difesa, di aggressività, di ricerca di soddisfazione personale.

Per costruire la comunità nella comunione è dunque necessario amare. Amare, però, non è soltanto un atto volontario con il quale si controlla e si supera la propria sensibilità, ma è una sensibilità e un cuore purificati che spontaneamente vanno verso l’altro. E queste purificazioni profonde si realizzano solo grazie a un dono di Dio, una grazia che riempie e plasma il più profondo di noi stessi, là dove risiede lo Spirito. «Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore eli carne, e porrò il mio spirito dentro di voi» (Ez 36, 26). La profezia di Ezechiele si realizza pienamente in Gesù. Gesù ci ha promesso di inviarci lo Spirito Santo, il Paraclito, per comunicarci questa energia nuova, questa forza, questa qualità del cuore, che fanno sì che si possa accogliere veramente l’altro – anche chi, “a pelle” non sopportiamo – così com’è: sopportare tutto, credere tutto, sperare tutto (1Cor 13, 7).

Imparare ad amare e ad amarci tra noi in comunità richiede tutta una vita, perché occorre che lo Spirito Santo penetri in tutti gli angoli nascosti del nostro essere, in tutte quelle parti dove ci sono paure, timori, difese e gelosie. don Maurizio.

LogoComPatorale