RIFLESSIONI A MARGINE DELLA TRAGEDIA DEI GIOVANI IL PRIMO DELL’ANNO, CON CUORE E MENTE LIBERA, SENZA PREGIUDIZI O COLPEVOLIZZAZIONI.
Affrontiamo la morte altrui con paura, dolore, tristezza, rassegnazione, rabbia, ma se a morire sono dei giovani, e per di più tragicamente, sembriamo sprovvisti del sentimento adatto ad affrontare una realtà che interrompe il corso «naturale» della vita: infatti, i figli non dovrebbero morire prima di chi li ha generati. Esiste la parola per chi perde i genitori (orfano), ma non quella per chi perde un figlio/a, un fratello, una sorella. Un vuoto emotivo e linguistico tipico del mistero: ciò che non si riesce a nominare non si riesce a controllare, ci spiazza e ci chiede di rimanere aperti, di cercare, di crescere. E così la morte «anzitempo» svela e mette a nudo il nostro modo di misurare e quindi concepire quantitativamente la vita: più è lunga, meglio è; salvo poi essere smentititi quando l’allungamento della vita porta con sé i dolori e spesso i drammi delle fragilità.
Ecco perché non è questione di numero di anni, ma di quanta e di quale vita mettiamo negli anni. E quando la vita è viva? Quando attingiamo a una vita già eterna, indistruttibile, quando siamo sostenuti non solo dalla fede, ma dalla convinzione che siamo per l’eternità e non destinati al nulla. E come si arriva a questo livello, a prescindere dall’età? Quando si frequenta il livello a cui appartiene: cioè, quello spirituale. Che cosa è? E dove si trova?
Per capire, proviamo a fare un paragone. Gli animali sono pura natura, non hanno vita spirituale, non vogliono essere immortali né capire la vita, vivono e basta. In qualsiasi momento sono pronti a morire: l’istinto li porta a fare esattamente quello che devono. Noi, invece, non agiamo per istinto, ma per scelta, tanto che possiamo sacrificare la vita per salvare quella altrui. Questo perché per noi vivere non è solo respirare, noi vogliamo sentire e capire la vita, vogliamo che abbia senso e verità, vogliamo offrirla, impegnarla per qualcosa che non sia il suo mero procedere, non ci basta farla durare fino a stancarsi. In noi c’è qualcosa di più radicale del dettato di natura (conservarsi e riprodursi), siamo «a immagine e somiglianza di Dio», per usare le parole della Genesi, un modo di dire che in noi c’è una vita spirituale, da cui -in un certo senso- dipende quella biologica: quanto è importante nei primi anni di vita essere amati affinché si determini anche il resto dell’andamento degli anni.
In questo senso possiamo parlare di due vie per vivere. La via della natura e la via della grazia, e noi dobbiamo scegliere quale seguire. La grazia mette al primo posto la capacità di amare, la natura quella di affermarsi.
Tutti noi impauriti dalla morte ci rifugiamo nel controllo anziché nell’amore. Tuttavia, se la via della natura teme la morte, quella della grazia no, la prima lotta per non morire, la seconda per amare.
Amare come ama Dio è la via della grazia, la via dell’essere vivi a ogni età ed è un dono che Dio dà a tutti, ma che si attiva solo in chi decide liberamente di riceverlo. Non a caso Gesù parlando a cuore aperto ai suoi discepoli ha chiaramente affermato che «è venuto perché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» Gv 10,10. E così un 15enne può essere più vivo di un 85enne o viceversa, dipende dalla sua vita spirituale, cioè il diventare sé stessi attraverso l’amore, e in particolare attraverso quello di Dio, e non attraverso la potenza.
Spesso -forse sbagliando- educhiamo i ragazzi ad affermarsi, a realizzarsi, cioè a diventare «reali» attraverso la «potenza» dei grandi che hanno potere sulle cose; cioè li educhiamo secondo il paradigma della tecnica: prodursi, essere auto-efficienti, divertirsi finché vita ce n’è, li educhiamo a darsi la vita da soli, ad allontanare la morte fino a credere di farla sparire. Invece dovremmo educarli a dare la vita, cioè amare ogni cosa; questo permette di non temere la morte, perché si è vivi di una vita che non è solo quella naturale.
a pura esistenza -come la pura bellezza- non hanno senso ma danno senso, mostrano che il peso dell’esistenza non si misura in quantità di anni ma di amore: siamo vivi se siamo amati e amiamo. E allora non conta l’età o chi siamo per il mondo, ma se siamo vivi.
Lo dice Giovanni nel suo Vangelo in uno dei passi potenzialmente più rivoluzionari della letteratura: «Dio è amore: chi sta nell’amore abita in Dio e Dio abita in lui» 1Gv 4, cioè l’amore è il livello di vita che ci unisce a Dio, è questa unione che ci rende un «io» irripetibile, perché solo un essere che si sente amato può diventare sé stesso.
Si tratta di un circolo vitale che la natura non conosce, eppure continuiamo ad affidarci solo alla sua via, così deludente ed esclusiva rispetto a quella della grazia, che è per tutti. Ma per questo non bisogna vivere pensando solo a sé stessi, al profitto, all’autoaffermazione, a godere smodatamente del tempo come se non ci fosse un domani ultraterreno. Occorre invece vivere nello spirito che è in noi da sempre e per sempre e che ci permette di «rinascere dall’alto», come molto bene diceva Gesù a Nicodemo. don Maurizio.
