Pagina Iniz. 2026 Gennaio Festa patronale S. Apollonia 2026

Festa patronale S. Apollonia 2026

LUNEDÌ 9 FEBBRAIO – S. APOLLONIA PATRONA DELLA CITTÀ DI CANTÙ

PROGRAMMA DELLE FUNZIONI RELIGIOSE

– celebrazione delle Ss. Messe in Basilica di San Paolo, dove la Santa è venerata: alle ore 9.00, 11.00 (solenne) e 18.30.

– ore 11.00 la S. Messa è concelebrata dai sacerdoti delle due comunità Pastorali di Cantù, e presieduta da Sua Ecc.za mons. Franco Agnesi, Vicario generale della Diocesi di Milano. Sono presenti le Autorità civili e militari e i rappresentanti delle associazioni e realtà di volontariato canturine. Durante la celebrazione viene bruciato il pallone simbolo del martirio.

– ore 17.00 preghiera e benedizione dei bambini e dei ragazzi dell’Iniziazione cristiana, insieme ai loro genitori e nonni.

Sono sospese le Ss. Messe nelle altre chiese (ad eccezione della S. Messa delle ore 8.30 a San Leonardo a Intimiano)

PER TUTTA LA GIORNATA, IN BASILICA, È ESPOSTA LA STATUA DELLA SANTA

IN PREPARAZIONE DELLA FESTA
domenica 8 febbraio alle ore 21.00 al Teatro Fumagalli: 37° Concerto di Sant’Apollonia del Corpo musicale La Cattolica, dal titolo “dove vive la musica. Habitat”. Dirige il maestro Mario Gerosa. Ingresso libero

**** LUNEDI’ 9 TUTTE LE SEGRETERIE PARROCCHIALI SONO CHIUSE ****

 


SANT’APOLLONIA 2026 – IL MESSAGGIO DEL PREVOSTO

SANT’APOLLONIA MARTIRE PERCHÉ TESTIMONE DI UNA COMUNIONE PIÙ GRANDE, QUELLA DA COSTRUIRE NELLA COMUNITÀ ECCLESIALE E CIVILE

Da sant’Apollonia, martire antica, fino ai martiri dei nostri giorni o alle forme di testimonianza silenziosa e non appariscente in una società indifferente ed escludente il messaggio cristiano, i testimoni della fede dicono che è possibile vivere in una maniera originale contribuendo al bene comune e alla edificazione della casa comune. La loro forza sta nella comunione con Gesù di Nazareth, il Cristo crocifisso e Risorto, una relazione che diventa radice e motivo per creare legami di unità e di comunione sia ecclesiale che civile. Il messaggio allora in occasione di questa annuale festa patronale diventa prezioso per l’intera comunità della città di Cantù sia civile che ecclesiale soprattutto nel 20° della costituzione della Comunità Pastorale “San Vincenzo” e nel 16° di quella della “Madonna delle Grazie”.

I nuovi costruttori della città “terrena” e “celeste”, testimoni della fede di cui oggi abbiamo particolarmente bisogno, sono coloro che, parafrasando il messaggio dell’Arcivescovo Delpini in occasione della solennità di S. Ambrogio (2025), “si fanno avanti” perché riconoscono nella fede cristiana un fondamento necessario per la speranza e una motivazione decisiva per impegnarsi in relazioni belle, buone e costruttive, per una convivenza arricchente nella Chiesa e nella città.

Si fanno avanti: non sono perfetti, non si ritengono superiori. Ma si fanno avanti per offrire con umiltà e disponibilità il loro pensiero, il loro contributo in spirito di sinodalità che ricerca non il consenso forzato e la posizione imposta, ma la convergenza comune, il sentire comune nello Spirito. Queste persone sanno che abbiamo bisogno – e si impegnano a farlo – di relazioni più affettive e amichevoli, meno irascibili, polemiche e contrapposte, decisamente più orientate alla stima e al sostegno reciproco, apprezzando con entusiasmo il bello che è presente in ciascuno e attorno a noi.

Quanto abbiamo bisogno di essere persone come queste che si fanno avanti: ne ha bisogno la nostra città di Cantù per rilanciarsi con visioni lungimiranti di futuro carico di speranza e sviluppo per migliorare le condizioni di vita di tutti i suoi concittadini.

Di queste persone che si fanno avanti per edificare la comunità ne ha bisogno la nostra Chiesa ponendoci le domande cruciale: il vivere oggi la fede nella Comunità Pastorale – con i suoi ritmi, i suoi condizionamenti e le sue fatiche ma insieme anche con le sue ricchezze e opportunità – fa perdere la fede, soffoca i sentimenti profondi del cuore o li stimola al meglio? Induce inesorabilmente alla rassegnazione del “tanto non cambia niente”, a rapporti solo funzionali e organizzativi, o opera per coltivare la comunione e la collaborazione, stimolata dall’entusiasmo nel proseguire il suo cammino? In altre parole, la Comunità Pastorale spersonalizza, imbriglia, soffoca, oppure si trovano in essa spazi per l’autenticità, la crescita di rapporti veri, la felicità sincera, l’apertura su orizzonti più vasti?

La preoccupazione delle nostre Comunità Pastorali non deve essere solo quella funzionale e organizzativa, ma piuttosto devono caparbiamente interpretarsi come luoghi di comunione e di unità quali valori irrinunciabili che nascono proprio dalla comunione con il Signore che caratterizza la vita dei cristiani, dei discepoli del Vangelo.

Ogni parrocchia, ogni comunità, deve interrogarsi su come divenire casa di comunione, ricca di tutte le dimensioni spirituali, relazionali, caritatevoli. E deve divenire comunità di donne e uomini, fratelli e sorelle. Va riaccesa la passione di far comunità, di pensarsi insieme.

Per contribuire alla edificazione di una città umanamente e cristianamente vivibile, per edificare la Chiesa nella realtà della Comunità Pastorale dopo un tratto significativo di storia, occorre continuare con perseveranza ma con lucida lungimiranza a camminare insieme con Cristo (stare, abitare, rimanere), in comunione con lui verso il Regno di Dio.

In questa prospettiva di essenzialità e di principi fondamentali occorrerà, in diverse situazioni, anche “fare meno”. Tuttavia, il “fare meno” non sarà mai fine a sé stesso o peggio segno di inerzia e di pigrizia, ma solo condizione per “fare meglio e fare insieme”.

“Fare meglio” significa puntare sulla qualità evangelica delle proposte, pensate e preparate con cura, intelligenza e passione; sul calore umano dell’ambiente: che sia un vero tessuto comunitario vivo, comunicativo, solidale e fraterno; puntare soprattutto sulla efficacia spirituale: si dovrebbe tornare a casa dopo ogni attività pastorale abbondantemente nutriti di Vangelo e arricchiti dei frutti dello Spirito: amore, gioia, pace, bontà, mitezza… (cfr Galati 5,22).

“Fare Insieme”. Dobbiamo riconoscere che siamo ancora affetti da un eccesso di individualismo autoreferenziale e legati alla propria visione, al proprio gruppo, al proprio ambito di servizio che spesso sfocia in piccoli ambiti di potere. È, invece necessario da parte di tutti imparare a lavorare insieme: siamo ancora troppo impreparati.

Si tratta di un processo di un cammino dove il riferimento alla centralità di Cristo e alla relazione di comunione con lui e con tutti i suoi discepoli nostri fratelli sono decisivi.

Nasce anche da qui il desiderio di andare avanti insieme e con coraggio, sapendo che non ci sono tra noi “controparti”, raccolti come siamo sulla stessa barca del Signore… don Maurizio.

 

 

Santa Apollonia 2019