Pagina Iniz. 2025 Dicembre L’ALBERO DI NATALE

L’ALBERO DI NATALE

L’ALBERO DI NATALE

Di recente tre astronomi hanno scoperto Farout, il pianeta più distante del nostro sistema solare: 18 miliardi di chilometri. Ci mette più di mille anni a girare attorno al Sole, ma lo fa! Pensate… è straordinario e impressionante: nonostante la distanza, è gravitazionalmente aggrappato alla nostra Stella. E noi, attorno a cosa ruotiamo? A cosa ci aggrappiamo più o meno consapevolmente? Dove cerchiamo il centro e il senso della nostra vita? Dove cerchiamo la felicità?

I numerosi tentativi, antichi e moderni, di non morire, di essere giovani per sempre, o di essere sempre felici confermano che, dalle nostre mani, per quanto abili, non escono altro che degli espedienti destinati a fallire. Forse la felicità non è allora diventare immortali, ma rinascere continuamente. Già, rinascere: ma cosa vuol dire e cosa devo fare?

Il famoso scrittore ebreo Kafka, nelle considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via, scrive che siamo lontani dall’Eden non a causa dell’albero della conoscenza ma di quello della vita. Due erano infatti, nel racconto biblico, gli alberi dell’Eden: «Ecco l’uomo è diventato come uno di noi – dice Dio dopo che l’uomo ha mangiato il frutto proibito – per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre! Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini per custodire la via all’albero della vita». Passiamo il tempo a cercare la via all’albero della vita, ma è preclusa. Tutta la letteratura racconta l’umana ricerca della via della vita, dai personaggi dell’antica Grecia raccontati da Omero a quelli contemporanei come gli “avatar”. Cerchiamo la via per guarire dalla morte, ma essa sembra sbarrata alle sole forze umane. Siamo un “infinito ferito a morte”.

Accettare che la ferita resti aperta è allora l’inizio del (ri-)nascere. Se non la ignoriamo, la ferita è, come ogni sintomo, indizio e inizio della cura. L’unica cura ai desideri più profondi e irraggiungibili dell’uomo sembra essere l’amore, come testimonia Leopardi nello Zibaldone: «Io non ho mai sentito di vivere tanto quanto amando». Chi conosce l’amore sa che lì è la via all’albero della vita. Ma spesso anche l’amore umano ci delude nelle nostre stesse infinite aspettative. Sembrerebbe che neanche l’amore umano ci dà la vita per sempre.

Ma ecco la sorpresa, la meraviglia, lo stupore: nel Natale c’è una via aperta all’albero della vita: è Gesù stesso!

I pastori, gli ultimi nella scala sociale e religiosa nella cultura ebraica, sono i primi a ricevere l’annuncio del Natale. Il segno per riconoscere il salvatore è un «non segno»: per un pastore, un bimbo in fasce in quell’ambiente, è vita di tutti i giorni. È quindi un segno contraddittorio: non segnala niente. In questo caso il divino è privo di qualsiasi dote, nessuno si sarebbe accorto di quella nascita. Ma in questo modo la via alla felicità è aperta a tutti, non solo a élite religiose o di potere, ed è proprio lì dove

siamo, dove tutto nasce e accade quotidianamente, in mezzo alla ripetizione delle opere e dei giorni. Sarà proprio questo che i compaesani non perdoneranno a Cristo quando dirà di essere Dio: ma non è il falegname, il figlio di Maria? Per loro il quotidiano non può essere il luogo del “per sempre”: non è così che fa un vero dio.

Invece, Natale è proprio la totale novità del «per sempre» versato nel «quotidiano». Solo se accogliamo ogni cosa, persona, evento, come un «appena nato», vi troveremo la vita per sempre: ecco la via. Tutto dipende dal rinnovare sguardo e atteggiamento verso la realtà. La parola bambino, pais nel testo di Luca, significava anche «servo». Dio si fa bambino e servo. Questa è la via del rinascere: ricevere e servire. La vita «per sempre» è solo la vita «sempre per», ogni giorno: la vita è data per essere spesa, non trattenuta. Le domande che ci devono sempre accompagnare sono: per che cosa vivo e soprattutto per chi vivo?

È bello poter vedere simbolicamente negli alberi di Natale, così fantasiosamente allestiti, la via all’albero della vita, di cui quello natalizio è solo un simbolo, un rimando alla sorgente e all’autore della vita. L’albero natalizio, tra le varie interpretazioni, lo inventò san Bonifacio, vescovo della Germania, nel 724 d.C., quando salvò un bambino che stava per essere sacrificato sotto la quercia sacra al dio Thor da una tribù in cui s’era imbattuto. Per raccontare loro del Dio che non vuole morte ma vita, che vuole la felicità e viene tra gli uomini proprio come bambino, indicò loro un piccolo abete come segno della vita senza fine, perché le foglie sono sempre verdi; segno di protezione, perché di legno d’abete erano fatte le loro case; e segno della direzione in cui adorare, perché la sua cima dritta verso l’alto indica il Padre del cielo. Così l’abete venne addobbato in segno di festa per il bambino salvato e segno d’attesa per il Bambino che salva.

Il mio augurio di Natale è che possiate ricevere vita stando dentro la vita. Solo questo fa vivere, “per sempre” e “sempre per” ogni giorno. don Maurizio.

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