Pagina Iniz. 2025 Dicembre IO, CHE NATALE SONO?

IO, CHE NATALE SONO?

UNA RIFLESSIONE SUL NATALE A PARTIRE DAL DIPINTO DI LORENZO LOTTO

Nell’immaginetta che ha accompagnato le buste natalizie nelle nostre parrocchie in tutte le case della Comunità pastorale è riportata l’immagine della natività di Gesù come immaginata nel 1525 dal geniale e inqueto pittore rinascimentale Lorenzo Lotto.

La natività del Figlio di Dio ricorda a tutti i credenti che gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare, incominciare una vita che approderà addirittura nell’eternità. Lo ricorda molto bene sant’Ambrogio; «…il Bambinello fu stretto in fasce, affinché tu fossi sciolto per sempre dai lacci della morte…».

Non è un caso, inoltre, che usiamo il termine “natività” per ricordare il Natale di Gesù e questo dovrebbe essere il termine che anche noi usiamo per parlare della nascita, e non “natalità” che è invece un termine che sa solo di numeri demografici. La parola “Natività” dà il giusto peso al concetto di “inizio”: sarei potuto non esserci e invece ci sono, e questo cambia la storia, almeno quella dei miei cari e amici. Come sarebbe il mondo se io non fossi nato? Quale novità sono e faccio solo io, visto che Il Signore nasce affinché io sia eterno? Questo modo di pensare manca nella nostra cultura e quindi nell’educazione: non ci si percepisce più come iniziatori ma come consumatori. Abbiamo invece bisogno di “natività”.

Sant’ Agostino suggerisce: «L’uomo è stato creato per essere un inizio», riflettendo sul fatto che persino Dio -nella narrazione cristiana- nasce, e così dà un nuovo corso alla storia da dentro la storia, come è dato fare a tutti e a ciascuno di noi.

Nascere è dunque una questione divina. Ma quando questa fiducia nella “natività” come inizio di qualche cosa di bello e di eterno diventa debole, allora la morte diventa un dramma irrimediabile, come nella storia è accaduto a tutte le culture in crisi. Lo mostrano oggi guerre e riarmi, il tasso di suicidi dei giovani (seconda causa di morte in occidente), la crisi della natalità e la distruzione del creato… il recente suicidio delle gemelle Kessler. La “Natività” di Gesù, e a partire da essa, qualunque natività rimanda non a ciò che drammaticamente passa, ma a ciò che resta: la vita.

La “Natività” di Lorenzo Lotto, l’immaginetta che abbiamo usato per questo Natale, ci stimola ulteriormente in questa riflessione, perché è raccontata da una prospettiva curiosa e originale: il bagno di Gesù Bambino appena nato. Il pittore, genialmente, lascia da parte architetture complesse, con drappi eleganti, e rappresenta la quotidianità di una casa contadina (allora l’artista lavorava a Bergamo): una levatrice, un uomo sgomento, una donna che in un angolo riscalda un panno, una tazza con il cucchiaio, il paiolo della polenta usato come vaschetta, il bambino nudo che si ritrae dall’acqua fredda e ha ancora -dettaglio più unico che raro- un pezzetto del cordone ombelicale. Al centro della scena c’è il volto luminoso e gioioso della giovane madre.

È il bagno di un neonato, niente di più, eppure è un capolavoro che ha 500 anni. Perché? Perché ci fa vedere lo straordinario dell’ordinario, la “natività” di ciascuno è un miracolo, cambia il corso della storia. Il cordone ombelicale lo ricorda con realismo scandaloso: se ci guardiamo la pancia, scopriamo di non esserci fatti da soli come crede l’eroe del nostro tempo, l’uomo della potenza, del successo, dell’immagine sempre perfetta ed efficiente, che non crede di aver ricevuto nulla, di bastare a se stesso e quindi tutto consuma come tanti bambini e adolescenti che vivono come se tutto fosse dovuto e non invece donato.

Come nel dipinto di Lotto, anche nella narrazione evangelica nessuno si accorge della nascita di Dio, perché non c’è niente di straordinario, e proprio questo è straordinario: il Figlio di Dio è nato, ha l’ombelico, fa il compleanno, come tutti noi. Una cultura costruita sulla natività è piena di energia vitale perché ha fiducia nell’azione umana come capacità di dare inizio a una storia nuova, sempre.

Agostino diceva che non sono i tempi a essere buoni o cattivi, ma noi. E quel bambino ha infatti cambiato la storia se siamo ancora qui a festeggiare. Guardarsi l’ombelico, in senso letterale, aiuta a posizionarsi: non sono apparso dal nulla, sono stato dato a me e al mondo, ho ricevuto la vita per fare altra vita, sono un inizio.

Si nasce una prima volta il giorno del parto, ma poi bisogna nascere continuamente dando inizio a cose che solo noi possiamo inaugurare e nessuno al posto nostro. Il Natale è l’unico compleanno in cui i regali non si fanno al festeggiato ma agli invitati, perché è il compleanno di tutti i compleanni: un Dio che dà la vita agli uomini non vuole la loro e infatti gliela restituisce con la nascita, la morte e la risurrezione del suo Figlio Gesù.

Guardando a Gesù Bambino allora viene da chiedermi: Perché io sono venuto al mondo? Di che cosa sono inizio? Se io sparissi, che cosa mancherebbe alla storia umana? E infine, con una domanda un po’ surreale: io che Natale sono? don Maurizio.

LogoComPatorale