I PRESEPI DELLE NOSTRE PARROCCHIE
Come ogni anno, nelle parrocchie della nostra Comunità Pastorale vengono allestiti i presepi. È davvero bello e interessante notare come la rappresentazione del mistero della natività venga espresso in modi sempre diversi. Ci sono i presepi tradizionali, ereditati dalla tradizione popolare risalente a san Francesco, ma ci sono anche quelli che sviluppano scenografie artistiche e quelli che tentano un’attualizzazione e contestualizzazione – per certi aspetti provocatoria, ma che vuole comunque far riflettere – a partire dalle situazioni attuali.
Altri, invece, tentano di riprodurre il più fedelmente possibile le condizioni storiche, culturali e religiose del tempo della nascita di Gesù. Con un’operazione di realismo davvero notevole, si vuole così sottolineare fortemente il mistero di Dio che nel suo Figlio si incarna, ovvero viene a stare in mezzo a noi, come l’annuncio della rivelazione proclama con forza: «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).
Il tema della condivisone da parte di Dio della nostra natura umana per riscattarla e redimerla è centrale nel mistero del Natale fino al punto da far dire alla sacra Scrittura che Gesù ha assunto tutto della nostra natura tranne il mistero del Male, che ha combattuto e sconfitto. San Paolo lo afferma con assoluta chiarezza e profondità di interpretazione di quest’evento misteriosamente, efficacemente, singolare e universale al tempo stesso: «Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-6).
Ecco perché il ricostruire il più realisticamente possibile la nascita di Gesù, che realmente è accaduta nel tempo e nello spazio, diventa un forte richiamo al mistero dell’assunzione della nostra umanità da parte di Dio facendosi vicino in tutto alla nostra esperienza, condividendo gioie e dolori, fatiche e speranze del cuore e della vita di ogni uomo e di ogni donna. «Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, tranne che nel peccato» (Eb 3,14-17).
Il luogo specifico della nascita è identificato con una grotta da una tradizione antichissima. Ne parla per primo il filosofo e martire Giustino (100 d.C. ca – Roma tra il 163 e il 167 d.C.), che, nel “Dialogo con Trifone” scritto verso il 150 d.C., ci dà questa informazione: «A Betlemme nacque il bambino.
Poiché Giuseppe non sapeva dove alloggiare in quel villaggio, riparò in una grotta nelle vicinanze. E mentre erano là, Maria diede alla luce il Cristo e lo depose in una mangiatoia». Anche un vangelo apocrifo di origine giudeo-cristiana, il Protovangelo di Giacomo, scritto a metà del II secolo, parlerà di una grotta in prossimità di Betlemme, come luogo della nascita di Gesù. Tuttavia, studi e interpretazioni recenti ipotizzano anche il luogo della nascita con quello di un “caravanserraglio”. Un edificio costituito in genere da un muro che racchiude un ampio cortile e un porticato. Era utilizzato per la sosta delle carovane che attraversavano le steppe o il deserto. Vi potevano esserci alcune stanze e luoghi per il riparo degli animali che accompagnavano viandanti, pellegrini, mercanti. Tale ipotesi potrebbe esser sostenuta anche dal contesto descritto dall’evangelista Luca. Benché la sua testimonianza sia assolutamente sobria ed essenziale, priva di tanti particolari che avrebbero fatto distrarre dalla concentrazione sul mistero e la centralità della nascita del Figlio di Dio, fa supporre che non essendoci posto nell’albergo (“katalyma”), Maria e Giuseppe avessero trovato riparo proprio nel caravanserraglio: la presenza di animali come il bue e l’asino avvalorerebbe questa ipotesi. La plausibilità di questi dati risulta anche da recenti studi per cui il “katalyma” sarebbe stata la camera dove soggiornavano gli ospiti, e la stalla con la greppia, in cui dovettero rifugiarsi Giuseppe e Maria, sarebbe stata la parte annessa o posteriore, ordinariamente riservata agli animali, ma -in caso di bisogno- vi si facevano soggiornare anche gli ospiti che non trovavano altro posto. Inoltre, l’imminenza del momento del parto avrebbe costretto i due sposi a non allontanarsi troppo da quel luogo o al massimo a raggiungere una grotta sempre in prossimità del caravanserraglio e destinata anch’essa alle stesse funzioni della struttura collegata all’albergo a cui si erano rivolti Maria e Giuseppe.
Tutto questo ancora una volta conferma quel mistero del venire, dello stare, dell’abitare del Figlio di Dio, Gesù, proprio in mezzo a noi, condividendo il più possibile – fino nelle estreme situazioni e condizioni – la realtà della nostra vita. Le parole di sant’Ambrogio interpretano magistralmente l’evento della Natività: «Per questo egli volle essere un bambinello, affinché tu potessi diventare un uomo perfetto; egli fu stretto in fasce, affinché tu fossi sciolto dai lacci della morte; egli nella stalla, per porre te sugli altari; egli in terra, affinché tu raggiungessi le stelle; egli non trovò posto in quell’albergo, affinché tu avessi nei cieli molte dimore. «Da ricco che era», sta scritto, «si è fatto povero per voi, affinché voi diventaste ricchi della sua povertà» (2 Cor 8, 9). Nei confronti della nostra umanità, alla fine tutto richiama alla centralità salvifica del mistero di Gesù Cristo, che è esattamente quello che dobbiamo celebrare e vivere in ogni Natale.
