GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 2025
MISSIONARI DI SPERANZA
I l tema di questa giornata nell’anno Giubilare è: «Missionari di Speranza tra le genti». Il rimando è certamente all’evangelizzazione dei popoli, ricordando il grande impegno della Chiesa e dei missionari. Esso richiama ai singoli cristiani e alla Chiesa, comunità dei battezzati, la vocazione fondamentale di essere, sulle orme di Cristo, messaggeri e costruttori di speranza.
Tuttavia, sempre di più siamo richiamati alla responsabilità di una evangelizzazione vicino a noi, nei nostri territori, tra la nostra gente in questa nostra città. Di fatto la nostra Brianza è una terra “benedetta da Dio”. Terra di tradizione cristiana, con radici ancora tenaci che generano un certo apprezzamento e normalmente da parte della nostra gente c’è ancora benevolenza nei confronti della Chiesa, benché a volte non senza lamentele.
Ma la “tradizione” rischia di ridursi a vuota, anacronistica e mera “ripetizione” del “si è sempre fatto così”; quindi spesso non più incisiva dove manca consapevolezza e conoscenza delle ragioni della propria fede. Il più delle volte questo rischia di rallentare ogni tentativo di ripensamento ed adeguamento pastorale.
Anche i nostri territori sono coinvolti in un complesso processo di scristianizzazione; grande e diffusa la fatica nel trasmettere la fede alle nuove generazioni: forse mai nella storia bimillenare del cristianesimo in Europa si è presentata una situazione analoga. Per cui anche per noi questa è la vera questione seria: la questione della fede. Questa dovrebbe essere oggetto urgente di riflessione, fantasia e conversione pastorale; dovrebbe richiamare la responsabilità di tutti e di ciascuno a testimoniare ciò in cui crediamo, proprio nei confronti di chi ci sta vicino e frequentiamo.
Anche le nostre comunità cristiane, parrocchie, comunità ecclesiali e Chiesa istituzionale devono trovare le soluzioni, fossero anche cambiare modello di impostazione ecclesiale.
La parrocchia nella città rischia l’irrilevanza… Il fenomeno non è dovuto soltanto alla cattiva volontà dei credenti. Si tratta del grado di complessità che ha raggiunto il modo di vivere oggi e -più specificatamente- di un effetto del modo di comunicare che è proprio della città moderna e della società contemporanea… Di conseguenza occorre fare uno sforzo sistematico per fare apparire ciò che si muove nelle nostre comunità ma non è evidente fuori di esse e talvolta neppure al loro interno. Sarà da studiare un più efficace sistema di comunicazione sociale delle parrocchie tra loro e delle parrocchie con la città. Dobbiamo proporci di comunicare di più nella città.
Ma non è solo un problema di comunicazione. Il nostro arcivescovo, nella sua ultima Lettera pastorale, denuncia il tema della missione come imbarazzante per le nostre comunità. C’è una forte crisi di fede che spegne ogni desiderio di condivisione, non si ha più il coraggio di parlare di Gesù e del Vangelo. Per questo mons. Delpini incoraggia tutte le forme di missione che lo Spirito suscita nei discepoli di Gesù perché siano lievito, presenza di silenzio assordante, siano voce e dialogo quotidiano nelle diverse situazioni della vita.
Dentro questo contesto dobbiamo riscoprire la parola Missione e darle un significato più attuale e rispondente alla nostra realtà. Missione significa di per sé mandato, invio. È il fatto di essere mandato da un altro per un compito… La stessa parola designa anche il compito affidato. La Chiesa ha la missione di annunciare il Vangelo, di custodirlo nei cuori e di farlo crescere, maturare.
Non potremo mai affrontare la nostra complessa situazione se non promuovendo l’azione pastorale e missionaria non solo dei preti, dei diaconi, dei religiosi e delle religiose, ma anche dei laici, di moltissimi giovani e ragazze, uomini e donne. Anzi, a essi è dato soprattutto evangelizzare per irradiazione, per contagio, per lievitazione, ma anche per proclamazione e comunicazione specialmente attraverso il dialogo amichevole e fraterno. Inoltre, la comunità pastorale deve convincersi che può fare molto per attrazione, attuando modi concreti di vita comunitaria che rispecchino il Vangelo e dove ci si trova bene; la comunità può fare molto adottando sempre più stili di sinodalità capaci di coinvolgere e rendere tutti protagonisti con le loro attitudini.
Non ci mancano né le parole da dire né gli strumenti pastorali. Ciò che, anzitutto, è necessario è la gioia e l’entusiasmo della vita cristiana che scaturisce dalla contemplazione. È quella che potremmo chiamare la “mistica dell’ordinario”, ovvero della relazione profonda con il Signore, dello stare con Lui e dell’assimilare, attraverso questa comunione, il suo stesso animo, stile e prospettiva di vita: questo contagia!
Occorre poi il passaggio da una fede di consuetudine, pur apprezzabile, a una fede che sia scelta personale, illuminata, convinta, “testimoniante”. Non ci sono missionari: ognuno di noi è missione! don Maurizio.
