Pagina Iniz. 2025 Ottobre FESTA DEL CROCEFISSO – GIUBILEO DELLA CITTÀ

FESTA DEL CROCEFISSO – GIUBILEO DELLA CITTÀ

FESTA DEL CROCEFISSO – GIUBILEO DELLA CITTÀ
da giovedì 16 a lunedì 20 ottobre

In questo Anno santo assumerà un tono solenne e giubilare per l’intera città. Il Crocefisso verrà portato in processione sabato 18 dalla chiesa di San Paolo al Santuario dopo la S. Messa delle ore 9.00 e sarà esposto in Santuario fino a lunedì 20.
(Il programma dettagliato qui sotto oppure alle porte delle chiese).

Festa del Crocefisso 2025


AFFINCHÉ NON SIA RESA VANA LA CROCE DI CRISTO

Nel contesto contemporaneo e nei paesi occidentali il simbolo della croce sta conoscendo un destino ambiguo. Da una parte sembra stia scomparendo; dall’altra invece pare moltiplicare la sua presenza, aggiungendosi sullo stesso piano ad altri simboli, perdendo così il suo pregnante valore di simbolo cristiano, diventando però solo ornamento di moda messo alle orecchie delle ragazzine o delle star dello spettacolo. Non è la sola difficoltà che oggi tocca il simbolo della Croce, c’è una seconda ambiguità: si ritiene da più parti che questo segno debba esser eliminato soprattutto dai luoghi pubblici anche per la sua funzione di simbolo spesso non sempre compreso nel suo significato.

Di fatto in una società complessa come la nostra, in una cultura fatta di pluralità di segni e di immagini, di una molteplicità di simboli, dove tutto è posto sullo stesso piano, la croce rischia di essere neutralizzata e lasciata semplicemente alla dimensione privata, simbolo solo di una parte, dimenticando la sua vocazione ad essere simbolo universale.

Inoltre, accanto ad una croce che sparisce e che si moltiplica con forme di ornamento mondane, accanto a una croce che è messa in questione per la sua presenza nello spazio pubblico, abbiamo una terza ambiguità. È l’ambiguità di un simbolo che, nella storia umana – anche l’attuale – è stato espressione di pace ma anche occasione di conflitto, che ha richiamato l’unità, mediante il sacrificio di Colui che è morto per tutti, ma che è stato altresì strumentalizzato per creare divisioni, se non addirittura lotte e motivo di conflitti, benché esso sia messaggio di riconciliazione.

Ma la sua ambiguità più radicale e forte – la quarta – è che non rimanda a se stessa, non è fine a se stessa, ma sempre ad un oltre. La croce è simbolo di passaggio, è una soglia che rimanda, oltre la morte, alla risurrezione: se non lo si capisce, resta solo l’ostensione di un cadavere. La croce, quella di Cristo – proprio per la sua configurazione a croce – pone in una relazione il verticale con l’orizzontale; collega i quattro punti cardinali fra loro, e li fa convergere in un centro, in un “cuore”.

Comprendiamo tutti allora molto bene la necessità, come cristiani, di rispondere ad alcune domande: davanti a tutte queste provocazioni della cultura e alle ambiguità del simbolo cristiano, che cos’è veramente la Croce di Cristo? E che cos’è il cristianesimo che ha come suo simbolo assoluto di riferimento una croce, anzi, meglio, chi è il cristiano come credente in un crocefissorisorto?

Nel tentativo di rispondere a queste domande, che vanno al cuore della fede che professiamo, dovremo fare nostra la stessa tensione di san Paolo che all’inizio della storia della Chiesa si preoccupava “affinché non fosse resa vana la Croce di Cristo” (1Cor 1,17). Dobbiamo sciogliere tutte le ambiguità e tutti i contrasti culturali e indirizzarci verso un cristianesimo fedele alla sua tradizione e al suo significato più profondo, recuperando il valore più autentico del suo simbolo per eccellenza che è la Croce di Cristo. Dobbiamo comprendere quale è quella specifica identità cristiana che appunto nella croce viene emblematicamente a esprimersi.

La caratteristica principale dell’identità cristiana è quella di essere un’identità aperta che trova proprio nella croce la sua massima espressione. Infatti, l’elemento fondante di quest’identità è appunto l’essere in relazione e il promuovere relazioni buone. Il cristiano sa di essere già sempre coinvolto nella relazione con Dio e con gli altri esseri umani; il cristiano sa, soprattutto, che la sua identità consiste in questa duplice relazione e il suo compito nel mondo è quella di promuoverla. E là dove il dialogo non è sufficiente subentra la testimonianza.

La Croce di Cristo è la sintesi perfetta di questa identità relazionale! Intanto perché si tratta non di una croce generica ma della Croce di Cristo, il Figlio di Dio in relazione col Padre e coi fratelli. E poi perché i lati della croce si prolungano all’infinito, L’asse verticale è il radicarsi nella terra, lo sprofondare nell’umanità dell’essere umano, in tutti i suoi aspetti e il suo svilupparsi verso il cielo, verso la dimensione trascendente, verso la possibilità della salvezza.

I due bracci orizzontali indicano a loro volta il compito di abbracciare il mondo, fino a comprenderlo tutto. L’orizzontale, tuttavia, non può essere senza il verticale. L’essere umano, per aprirsi all’altro, deve affondare in sé e prolungare se stesso e la propria azione in una dimensione che lo supera. D’altra parte, tale spinta verticale deve realizzarsi nello slancio orizzontale: in quel dialogo tra tutti gli esseri umani, in primis con quelli di buona volontà, che s’incentra sul proprio “cuore”, sul centro dell’identità cristiana, sul punto d’incontro di umano e divino.

Ecco, allora. Questo è ciò che il cristianesimo, come religione aperta, sa fare. Questo è ciò che indica la sua immagine fondamentale: il simbolo della croce. Questo è il motivo per cui a un tale simbolo non possiamo rinunciare. Questo è il perché, anche nello spazio pubblico, i cristiani devono far sentire la loro voce.

Questo è anche il motivo per cui come comunità pastorale abbiamo pensato questa festa del santo Crocifisso come occasione per il GIUBILEO DELL’INTERA CITTÀ. don Maurizio.


«BENEDETTA, MALEDETTA CITTÀ»

In quest’anno speciale, per vivere al meglio la tradizionale festa del Santo Crocifisso, desideriamo che questa circostanza diventi occasione per celebrare il GIUBILEO PER L’INTERA CITTÀ DI CANTÙ.

L’intera comunità dei fedeli, la Chiesa, ha bisogno di rinnovarsi nella grazia di Dio, ma pensiamo che anche l’intera comunità civile con le persone, le istituzioni, le associazioni, le strutture, le molteplici sue realtà abbiano bisogno di rinnovarsi nella stessa grazia e guardare al futuro con fiducia e speranza. È proprio il contesto sociale, culturale, economico, politico e internazionale a chiedere segni di speranza; sono le relazioni della convivenza civile ad aver bisogno di ritrovare le loro ragioni nei valori più alti, umani e religiosi. È il bisogno di rispondere alle urgenze educative nei confronti delle nuove generazioni che richiede un sussulto di impegno e di alleanze educative tra tutti i soggetti nella città. Di segni di speranza hanno bisogno anche coloro che in sé stessi la rappresentano: i giovani. Essi, purtroppo, vedono spesso crollare i loro sogni. Non possiamo deluderli: sul loro entusiasmo si fonda l’avvenire. Inoltre, nella città ci sono tante e diverse situazioni di povertà umana e materiale. Nell’Anno giubilare siamo chiamati ad essere segni concreti di speranza per tanti fratelli e sorelle che vivono in condizioni di disagio. A riguardo, l’impegno ecclesiale e civile all’interno dell’intera città non può essere rimandato o frenato da alcuna giustificazione negligente.

Anche la città di Cantù -come del resto ogni realtà di convivenza- ha bisogno di visioni lungimiranti di futuro carico di speranza e sviluppo per migliorare le condizioni di vita di tutti i suoi concittadini. Negli ultimi decenni si è parlato e si è scritto molto sul tema della città, da parte di filosofi, sociologi, economisti, politici, teologi, dal momento che è cruciale per il nostro futuro e la nostra convivenza.

Tuttavia, ci interessa la città dal punto di vista della fede e della non fede, ponendoci la domanda cruciale: il vivere oggi nella città – con i suoi ritmi e i suoi condizionamenti – uccide la fede, qualunque essa sia? Soffoca i sentimenti profondi del cuore o li stimola al meglio? Induce inesorabilmente all’anonimato, a rapporti solo funzionali? In altre parole, la città spersonalizza oppure si trovano in essa spazi per l’autenticità, la crescita di rapporti veri, la felicità sincera, l’apertura su orizzonti più vasti?

Tutte queste questioni si riassumono nella domanda che potremmo esprimere così: l’urbanesimo uccide l’urbanità? La città uccide l’umanità, soffoca le relazioni autentiche, la fede, laica o religiosa? Oppure è luogo di verità nelle relazioni, occasione di prossimità, di amicizia, di ospitalità vera?

Davvero la città può essere insieme «Maledetta e Benedetta» a seconda che emergano quelle condizioni o quegli atteggiamenti che rendono le nostre giornate cittadine o invivibili e assurde oppure capaci di senso. La città può essere l’uno e l’altro; dipende anche da noi dal nostro vivere con più o meno coscienza una situazione ambivalente e complessa e soprattutto dipende dalla nostra capacità di convivenza e collaborazione. La città non è, dunque, il luogo da cui fuggire a causa delle sue tensioni, dove abitare il meno possibile, ma il luogo nel quale imparare a vivere.

Il cammino umano non è descritto dalla Bibbia come un cammino verso un «paradiso», nel senso originario del termine, non è né un giardino né la campagna, per quanto fertile e attraente, ma è la città. È la città descritta dall’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, con dodici porte, lunga e larga dodicimila stadi (più di duemila chilometri); una città, dunque, in cui sono chiamati ad abitare tutti i popoli della terra.

Occorre, dunque, avere una visione, occorre avere davanti agli occhi non necessariamente una città ideale, ma almeno un ideale di città dove intessere relazioni autentiche e infondere speranza.

È necessario, quindi, porre attenzione al tanto bene che è presente per non cadere nella tentazione di ritenerci sopraffatti dal male e dalla violenza. Guardare al futuro con speranza equivale anche ad avere una visione della vita carica di entusiasmo.

Tutti, in realtà, hanno bisogno di recuperare la gioia di vivere, perché l’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gen 1,26), non può accontentarsi di sopravvivere o vivacchiare, di adeguarsi al presente lasciandosi soddisfare da realtà soltanto materiali.

Nell’Anno giubilare siamo chiamati ad essere segni tangibili di speranza per tanti fratelli e sorelle; abbiamo bisogno di «sovrabbondare nella speranza» (cfr. Rm 15,13) per testimoniare in modo credibile e attraente la fede e l’amore che i cristiani portano nel cuore; perché la fede sia gioiosa, la carità entusiasta; perché ognuno sia in grado di donare anche solo un sorriso, un gesto di amicizia, uno sguardo fraterno, un ascolto sincero, un servizio gratuito.

È un compito e una responsabilità che spetta a tutte le istituzioni civili ed ecclesiali, ma anche a ciascun abitante della città.

La festa del Santo Crocifisso di Cantù nella circostanza dell’anno giubilare vuole essere davvero l’occasione per prendere coscienza che ora tocca a noi convertirci, rinnovarci e lasciarsi riempire dalla grazia di Dio, per prenderci cura del bene comune, affinché la città sia sempre più una città «Benedetta». don Maurizio.

S. Crocefisso San Paolo